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Sui Big di Sanremo 2015

festival2015Domenica, durante L’arena di Giletti, Carlo Conti ha presentato i 20 Big in gara al Festival di Sanremo 2015. Innanzitutto, le buone notizie: la lista non contiene i residui di Tale e quale show che ci si poteva aspettare (anche se Scanu meritava la riabilitazione). Sono tutti nomi noti (e Bianca Atzei) e sono nomi che hanno ancora una dignità artistica o che, nel peggiore dei casi, hanno comunque senso di esistere nel 2014/5 (e Bianca Atzei).

Tuttavia, è una lista con poche novità, divisa tra concorrenti storici dei ’90 (Britti, Di Michele, Grandi, Grignani, Masini, Nek, Raf) o che hanno accumulato molte partecipazioni negli ultimi anni (Ayane, Zilli e Tatangelo alla sua SETTIMA partecipazione dal 2002). Coruzzi l’avevamo già visto in duetto coi Matia Bazar nel 2012. Sei vengono dai talent: tre Amici, due X Factor, un Ti lascio una canzone, zero The Voice. (Ah, tutti i membri de Il Volo sono già maggiorenni, quindi possiamo tirare avanti fino alle tre di mattina.) E poi ci sono quattro piccole eccezioni: Nesli era dato per certo nel 2013 e poi non è entrato tra i finalisti; Bianca Atzei è stata rimbalzata tre volte e adesso si ritrova big; Lara Fabian, a cui bisogna riconoscere l’effettivo status di artista che vende dischi in patria e non di “prestigiosa artista internazionale prestigiosa solo in Italia”, è la tanto attesa straniera; Biggio & Mandelli ricoprono il ruolo di novelty act. Per essere un festival così attento alle Nuove proposte, il nome più recente nato a Sanremo è Nina Zilli (annata 2010).

Partendo dall’inutile e scontata nozione che il festival perfetto non esisterà mai e che in Italia ci sono 60 milioni di opinioni su come dovrebbe essere, questo è un cast noioso. A Sanremo si parla spesso, e in senso dispregiativo, di “quote”. Eppure le quote sono il modo migliore di costruire un festival rappresentativo della musica italiana. Inserire la quota talent, la quota cantautorale, la quota dialetto, la quota indie e la quota evergreen assicura un festival eterogeneo e quindi più interessante. Questo è un cast che ignora il panorama indipendente italiano, che concepisce il rap solo nella sua accezione più pop e il pop solo nella sua accezione più RTL 102.5. Sono considerazioni incomplete senza avere ascoltato una nota, ma sulla carta è un festival mono-genere in cui è anche difficile sperare nella deriva trash di certe annate televisivamente fantastiche e musicalmente imbarazzanti.

Abbiamo preso in giro Fazio per la sua ossessione per la Qualità, ma nel 2014 e soprattutto nel 2013 aveva messo insieme due gruppi di grandissimo equilibrio. C’erano sì molti veterani del festival, ma anche novità selezionate con cura, perché 14 cantanti è un cast artistico, 20 è pesca a strascico. E quando la novità più grande sono I soliti idioti, c’è un problema.

Le buone modifiche che aveva apportato Fazio sono state annullate da una nuova gestione che sembra solo intenzionata a fare l’esatto opposto per accontentare il popolo – quando il popolo, tutto sommato, la musica degli ultimi due festival l’ha gradita e l’ha perfino comprata.

Il problema degli inediti di X Factor 8

inediti-victoriaGiovedì scorso, Cattelan ha aperto la semifinale di X Factor 8 annunciando che quest’anno gli inediti sono stati scritti dai concorrenti. Ha anche aggiunto che non era quindi più possibile criticare questo aspetto del talent show – come a intendere che finora avevamo solo visto dei cantanti, mentre da adesso in poi, signore e signori, degli artisti veri.

Abbiamo sentito questi sei inediti. Due, a dire il vero, erano già noti perché Lorenzo e Mario li avevano proposti ai provini. I pezzi sono stati ovviamente riarrangiati in modo professionale e resi più radiofonici, ma resta da capire una cosa: se uno tra Lorenzo e Mario dovesse vincere l’edizione, a cosa sarà servito il suo percorso? Non si potrà nemmeno chiamare tale perché il percorso, in teoria, è una serie di tentativi del giudice per trovare la maionchiana collocazione discografica del concorrente (nonché una scusa di Tommassini per divertirsi a cambiare vestiti e acconciature). Se qui era già tutto pronto dall’inizio, se erano cantautori con un prodotto più o meno finito, qual è stata l’utilità di dieci settimane di cover?

E poi c’erano altri quattro inediti di concorrenti che si sono improvvisamente rivelati positivi al virus della cantautoralità. Quindi gli autori (televisivi) hanno dovuto spiegarci questa novità come meglio potevano, costruendoci attorno un po’ di mitologia nel tempo di un RVM. C’è Madh che è “a man in a struggle”, c’è Emma con una storia personale difficile e poi c’è Ilaria, che aveva questa canzone nel cassetto da quando aveva 15 anni. Victoria s’è addirittura premurata di mostrarci il foglio originale col testo. Guardate! L’ha scritta lei! In inglese! (Victoria è madrelingua, ci dobbiamo fidare.) (Quindi in realtà è Adele che ha plagiato Ilaria?)

Possiamo crederci o fare i complottisti, ma il punto è un altro: gli inediti potevano essere migliori. Se li hanno scritti i concorrenti, si sente l’inesperienza; se no, avrebbero meritato ghostwriter migliori.

All’X Factor britannico, l’inedito non esiste. C’è la cosiddetta winner’s song, che è una cover abbastanza prevedibile di una grande ballata. È l’unica canzone che va in commercio dopo la finale perché Simon Cowell preferisce un numero uno a cinque o sei singoli sparpagliati nella top 40. La winner’s song non ha nulla a che vedere con la direzione artistica che prenderà il cantante: è un’eccezione studiata per sbancare sul mercato natalizio degli ascoltatori occasionali. Dopo X Factor, il vincitore e i più fortunati finiscono in development e tornano, con calma, sei mesi dopo, trasformati in un prodotto discografico vero. Non è una scienza esatta, ma ha più possibilità di funzionare rispetto a questo strano metodo di X Factor Italia, che non nega un inedito a nessuno e costringe a scrivere e incidere un pezzo in una settimana (e girare un brutto videoclip quella successiva).

Non si capisce perché X Factor quest’anno abbia deciso di difendersi da critiche inesistenti, sottolineando l’importanza della firma di una canzone. Altri concorrenti, in passato, hanno scritto i loro inediti senza tanta pubblicità (è una cosa che fanno perfino ad Amici da chissà quante edizioni) e non hanno avuto più o meno successo degli interpreti-e-basta. X Factor è un concorso per interpreti: non è una scuola, non è un posto dove si scelgono i cantanti al buio facendo girare una poltrona, non è Must Be the Music, il talent di Sky UK che cercava solo artisti “veri” (e ha chiuso dopo il flop micidiale di una sola edizione). Se Elisa, Ferro, Pezzali o Ramazzotti non avevano nessun demo da passare, trasformare tutti i concorrenti in cantautori non ha arginato il problema: ci ha solo dato canzoni meno belle. E chi se ne frega di chi le ha scritte.

 

La classifica: top 7 edizioni di X Factor

xfSono passati sei anni da quando la musica ha iniziato a battere sul due al ritmo di Simon Cowell e, sembra incredibile, ma c’è stato un tempo in cui i giudici non erano #cosidipinti e non litigavano con Gasparri. Quindi, alla vigilia di una nuova edizione, riviviamo il PERCORSO della X del nostro cuore con una classifica. I sette X Factor, dal peggiore al migliore.

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Tiziano Ferro, “Senza scappare mai più”

TFerro

Ci sono forse solo due cantautori italiani per i quali ha senso aspettare con grande curiosità il singolo apripista di una nuova era: Jovanotti e Tiziano Ferro. Dal primo, vogliamo restare sorpresi e sentire cosa si è inventato ogni volta; dal secondo, vogliamo il solito: l’equivalente musicale di comfort food.

Un confronto tra i due non è troppo azzardato dato che entrambi lavorano da molti anni con lo stesso produttore: Michele Canova. Tuttavia, il primo è un innovatore che ha addestrato il suo pubblico ad aspettarsi l’inconsueto, mentre il secondo è oggi un ottimo tradizionalista più amato per il contenuto dei brani che la loro forma. Entrambi entrano in uno studio di Los Angeles col compito di masticare un universo di ispirazioni internazionali a cui gran parte degli italiani non ha accesso per poi servire prodotti che risultino tanto freschi quanto digeribili per Radio Italia. Ma se Jovanotti mette molti dei suoi esperimenti più coraggiosi in prima linea, Ferro li chiude nelle astanterie lasciando che i singoli vadano a comporre una discografia parallela – sempre pregevole, ma più timida e omogenea.

Da Ferro, tutti esigono canzoni d’amore meravigliosamente tristi e va così da quando ci sono state consegnate “Sere nere” e, solo tre mesi dopo, “Non me lo so spiegare”. Quando metti in giro una droga così pura e pesante, poi ti devi prendere le responsabilità dei tuoi tossici – alcuni, a quei tempi, erano insospettabili; oggi, per fortuna, è una dipendenza accettata dalla società che si può vivere senza vergogna. Tuttavia, Ferro ha aperto solo una campagna promozionale su cinque con una ballata (“Alla mia età”), forse perché le sue ballate funzioneranno anche senza la spinta del lancio di un nuovo album (nel caso dell’ultimo, L’amore è una cosa semplice, il primo singolo “La differenza tra me e te” era anzi il brano meno rappresentativo di una collezione molto lenta) o forse perché anche lui è un po’ stufo di essere visto solo come il crooner della tragedia sentimentale.

Venerdì notte è arrivato “Senza scappare mai più”, il singolo che anticipa il primo best of di Ferro, e le speranze di avere nuovo materiale audio su cui struggersi sono state momentaneamente rimandate: non è una ballata. Ma non è nemmeno una sorpresa, visto che suona come un brano del suo passato.

Una delle forze di Ferro è sempre stata la sua capacità di catturare l’attenzione con un grande attacco, nelle musiche e soprattutto nei testi (“Uno sguardo che rompe il silenzio”, “Sono un grande falso”, “Sono la tarantola d’Africa”). Qui tergiversa per un po’ su entrambi i piani: parla alle stelle aspettando la batteria, poi costruisce la canzone in corsa, pezzo per pezzo, in un crescendo costante fatto di piccoli dettagli e accentuato da archi minacciosi. È sì un pezzo R&B, ma non nella martellante linea vocale: il flusso di parole è inarrestabile e il cantante non prende respiro nemmeno tra una strofa e l’altra, riempiendo i vuoti con un ridondante “sai sai sai sai che”. Al primo ascolto si fa anche fatica ad assimilare tutto e catturare il suo stato d’animo, finché non si arriva, confusi, al bridge risolutore: le due persone vivevano il loro legame in modi diversi e lui, correndo, ha perso l’altro. Il bridge è anche l’unica parte scritta al passato e annulla quindi il presente del resto, che leggiamo ora come una lista di rimpianti. Il periodo ipotetico del ritornello si risolve solo con una variazione in chiusura, quando finalmente arriva un “se” (“giuro lo farei se questa rabbia mi lasciasse andare”).

Ma la chiave interpretativa nei testi di Ferro non è mai univoca e “Senza scappare mai più” è tra i più disconnessi della sua carriera. E questa è un’altra sua grande forza: usare parole semplici che tradiscono, che sembrano ovvietà ma necessitano più spiegazioni e che in alcuni casi si trasformano in massime estremamente citabili. In questo singolo, però, il trucco è fin troppo evidente, e se alcuni versi passano come ambigui (“penserei ad ognuno ma nessuno pensa a noi”; “preferisco me a chi fa finta come noi”), altri si possono catalogare come insensati (“penserei ad un male che non ci ferisca mai”).

Il successo di Ferro sta nell’ambiguità, e il fatto che ora si abbia qualche dettaglio in più sulla sua vita privata forse non aiuta (se la canzone si rivolgesse a un partner, questa sarebbe la prima volta in cui usa un aggettivo al maschile: “fermo”). Sul non-detto ha construito, con grande originalità, storie universali; oggi, in “Senza scappare mai più”, sembra volere continuare su quella linea, ma riuscendo a ritrovare l’ispirazione del passato più nei suoni che nel testo.

È il brano che inganna l’attesa per le ballate che tutti vogliono e fa senz’altro il suo dovere malgrado qualche delusione nella scrittura, ed è inoltre il singolo per un best of: non può davvero venire considerato come l’introduzione a un nuovo capitolo. L’importante è che il nuovo Tiziano non ci faccia rimpiangere i capitoli in cui scappava.