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Primavera Sound 2018: giorno 3

La terza e ultima giornata del mio percorso “Lilith Fair” dentro il Primavera Sound inizia col concerto-per-darsi-un-tono di questa edizione. Jane Birkin porta al main stage la sua raccolta di classici di Gainsbourg riarrangiati per orchestra sinfonica – una trovata che conferma il Primavera come una splendida eccezione nel panorama dei festival internazionali. Delle non-doti vocali di Birkin è superfluo parlare visto che ha superato i cinquant’anni di carriera, ed è vero quello che diceva lei stessa ieri in conferenza stampa: la bellezza degli arrangiamenti orchestrali di Nobuyuki Nakajima non ha quasi bisogno di una cantante. Il momento, al tramonto e davanti a un pubblico (quasi) silenzioso, è suggestivo e lei lo sottolinea: “Vedere tutta questa gente, sul mare, a Barcellona, con questi musicisti eccezionali, avrebbe commosso [Serge]”.

Se dopo la sua megahit danzereccia aveva pubblicato con un disco tetro e doloroso, col nuovo lavoro (in uscita venerdì) Lykke Li prende ancora una volta una direzione inattesa. Il male di vivere resta, ma l’influenza del chill pop delle classifiche (con addirittura una spruzzata di trap) snatura un po’ lo spirito che la rendeva così speciale. Tant’è vero che i momenti migliori del concerto di oggi restano le tracce di I Never Learn. La cantante svedese si muove inquieta e senza mai sorridere tra drappi con gigantografie dei suoi occhi malinconici che osservano il pubblico. Con titoli come “so sad so sexy” la sua dichiarazione d’intenti è chiara, ma anche “I Follow Rivers” nella versione live perde quel goccio di spensieratezza che la rese un successo. È un concerto che andrebbe visto in un luogo più silenzioso, contenuto e buio.

Lorde quest’anno ha guadagnato una nomination ai Grammy per il premio più prestigioso (Album of the Year), ma è stata l’unica in quella categoria a non avere ricevuto un invito a esibirsi alla cerimonia. Ha reagito twittando: “se non siete sicuri che sono capace di mangiarmi un palco, venite a vedermi di persona”. Il tour in questione è già alla sua terza versione: nella prima, si raccontava la storia di una festa con una teca gigante sul palco piena di ballerini; nella seconda, per i club, Lorde sperimentava con visual e installazioni luminose; nella terza, in corso, lo spettacolo è diventato essenziale. Ci sono ancora coreografie e qualche elemento video, ma le distrazioni sono poche e non servono. La cantautrice è diventata una mega-popstar che ancora non può permettersi gli stadi, ma mangia davvero ogni palco che incontra. I ballerini la fanno volare da un lato all’altro, interagisce col pubblico piazzandosi sotto l’occhio di bue per raccontare della solitudine che ha ispirato “Liability” (l’unica vera ballata in scaletta), abbraccia la folla che non la vuole più mollare. Mostra un po’ d’ingenuità solo quando dice che è contenta di suonare vicino “all’oceano” – e, a proposito di oceano, accenna “Lost” di Frank Ocean alla fine di “The Louvre”. Il gran finale con “Green Light”, in cui chiede a tutti di usare le ultime energie rimaste, è uno dei momenti più euforici ed emozionanti di un live di recente memoria, e quando ci si ricorda che la ragazza a 21 anni è già un’headliner con questo talento, viene da chiedersi di cosa sarà capace in futuro. Gli organizzatori della cerimonia dei Grammy non sanno davvero cosa si perdono.

Si va verso il Pitchfork stage per un’occhiata ad ABRA, giovane artista R&B da Atlanta che si esibisce completamente da sola sulle sue basi registrate (in tutti gli articoli su di lei troverete queste due parole: “bedroom producer“). Nei primi brani, stilosi ma poco incisivi, il contesto sembra fuori misura per una performer forse più abituata ai club. Ma ABRA supera la prova adattandosi in fretta, e il pubblico con lei, partecipando con trasporto. Io, che pensavo di avere usato le ultime energie di cui sopra per Lorde, ne trovo un po’ quando fa partire un campionamento della preistorica (2003) “Never Leave You (Uh Oooh, Uh Oooh)”. Non avrei mai pensato che questo percorso “Lilith Fair” dentro al Primavera sarebbe terminato con Lumidee e non m’impegnerò a trovarci un significato. Di certo posso dire che perdere qualche navigata band maschile non è stata una grande rinuncia, visto che il compenso è stato scoprire qualche nuova artista femminile. E che leggendo le notizie che arrivavano dall’Italia in questi giorni, c’è bisogno come non mai delle energie di spettacoli queer come quello di Fever Ray, rigeneranti come quello di Lorde e utopici come quello di Björk.

Foto Lykke Li, Lorde: Sergio Albert

Primavera Sound 2018: giorno 2

Il primo appuntamento della giornata è una conferenza stampa unica: Jane Birkin e Charlotte Gainsbourg a confronto. Per la prima volta si esibiscono nello stesso festival: domani la madre esegue dal vivo la sua raccolta di classici riarrangiati con orchestra sinfonica; oggi la figlia presenta il suo terzo album di inediti Rest. Ma la prima domanda le spiazza. Un giornalista chiede loro di parlare del movimento #metoo e quale sia il punto di vista sulla questione da due generazioni diverse. Stupisce il loro stupore, perché dopo tanti mesi due professioniste dell’industria cinematografica e musicale, qualunque sia la loro opinione, dovrebbero avere una risposta pronta. Quella che tirano fuori, dopo molto esitare, è molto cauta. Sì, è una buona cosa ed è una rivoluzione, ma come ogni rivoluzione porta con sé dei danni collaterali: dal punto di vista di una francese, l’America ha reagito in modo esagerato e violento, anche se forse è stato necessario, e i processi non andrebbero fatti via social media (Gainsbourg). Alcune persone, tra cui un loro conoscente, possono perdere la carriera anche nel caso in cui le accuse di molestie siano infondate (Birkin). Aggiunge che è una cosa che non le è mai capitata: stava con Serge, quindi nessuno ci provava. L’impressione è che la risposta potrebbe finire in territorio Deneuve se solo qualcuno infierisse e chiedesse alla Gainsbourg qualcosa su Lars Von Trier. Il discorso si sposta invece sul concerto della Birkin, che la figlia ha visto più volte, commuovendosi. Secondo Birkin, la musica del compagno, specialmente se eseguita da un’orchestra, quasi non ha bisogno di parole – una sera in cui non aveva voce è andata avanti con lo spettacolo parlando anziché cantando ed è stato altrettanto suggestivo. Lei sognava di fare i musical, pur non avendo le doti canore adatte, e il compagno la dissuase scrivendole un album.

In serata, il palco Pitchfork ospita l’artista olandese-iraniana Sevdaliza e il suo trip hop ruvido e scuro. Nella sua voce convivono Beth Gibbons e radici persiane; nel suo corpo, fasciato da un body/armatura di pelle nero, convivono la danza e il basket (da ragazza giocava nella nazionale olandese). In un altro periodo storico, le major farebbero a gara per accaparrarsela: nelle ballate dimostra già di sapere interpretare il ruolo di diva R&B contemporanea pronta per i palazzetti, ma è nei momenti in cui interagisce con un ballerino sui brani dai beat più potenti che diventa davvero ipnotica. Ringrazia il pubblico perché può ancora andare avanti da artista indipendente: “È il 2018, e se Trump può essere presidente, io posso essere questo”. Questo è la migliore scoperta musicale dell’edizione.

Decido di trasferirmi al Primavera Bits, la parte sulla spiaggia dove si tengono soprattutto DJ set e in cui le persone sobrie sono un miraggio. Quest’anno la trovo ancora più grande e ancora più psicotropa, e c’è anche un palco per concerti dove si esibisce Jorja Smith. Pensavo di trovarla in uno showcase intimo per influencer e invece ci sono un migliaio di persone per un set vero e proprio di un’ora. È chiaro che dietro l’esordiente ventenne inglese ci sia un bell’investimento se può permettersi tutto ciò prima ancora di avere pubblicato un album (esce la settimana prossima). Il modello sembra essere Amy Winehouse, ma lo stile vocale fa pensare a Sia. Tutti i tasselli sono al loro posto, dalle collaborazioni giuste (Drake, Kendrick Lamar, Stormzy) a una presenza live convincente, ma dopo mezz’ora di Jorja si inizia a sentire la mancanza di una hit che le assicuri il futuro che tanti sperano per lei.

Perso nei trasferimenti da un lato all’altro del Parc e altri problemi logistici (non sono nemmeno l’unico: i Migos hanno perso l’aereo e saltato il festival), devo rinunciare a rivedere Charlotte Gainsbourg. Ho provato a essere un vero millennial e cercare i video del concerto per farmi un’idea, ma non sono ancora stati caricati. Anche senza averla vista, posso scommettere che il suo set è stato meno energico di quello delle Haim. Le tre sorelle che han fatto un patto (rassegnatevi, è il mio modo preferito per presentarle) sono al loro terzo Primavera e anche loro ci tengono a sottolinearlo. Da uno slot pomeridiano nel 2014 a un concerto a sorpresa a notte fonda nel 2017 a un posto da quasi-headliner su uno dei palchi principali quest’anno, la loro è una storia di successo lineare. Se già nel 2014 erano grandi entertainer, ora tengono il palco con ancora più naturalezza e finalmente aiutate da un impianto scenico all’altezza. Da polistrumentiste, aprono e chiudono alle percussioni tutte e tre insieme, e nel mezzo ci sono assoli di chitarra senza vergogna, trovate di interazione col pubblico (durante “The Wire” chiedono a tutti di salire sulle spalle di qualcuno e il colpo d’occhio è notevole) e una scia di singoli dai ritornelli martellanti che si possono cantare anche senza conoscere. Ma possono ancora migliorarsi: dovrebbero includere nella scaletta la loro cover di Shania Twain.

Foto Haim: Sergio Albert
→ Rockol

Primavera Sound 2018: giorno 1

Dal ’97 al ’99, la cantautrice canadese Sarah McLachlan ha organizzato il Lilith Fair, un festival itinerante in cui si esibivano solo donne. Era un momento in cui la musica mainstream aveva trovato nuove energie grazie a voci come Alanis Morissette e Lauryn Hill; c’era una domanda nel mercato che McLachlan aveva giustamente deciso di sfruttare non solo come artista ma anche come imprenditrice; c’era la necessità e l’occasione di creare un festival in cui si respirasse un’aria diversa, per un pubblico di ragazze e persone queer (e uomini così evoluti da volere ascoltare musica fatta da donne).
Sono passati vent’anni, quel festival non esiste più (salvo un tentativo di remake nel 2010) e ogni estate ci si chiede come mai le artiste femminili sui cartelloni dei grandi festival siano così poche. Che sia questione di domanda o offerta poco importa: vedere il cartellone di Reading & Leeds (per citare l’esempio più estremo) con solo i nomi femminili evidenziati fa impressione e dimostra che da qualche parte nella catena c’è qualcosa da aggiustare. Ci sta provando la PRS Foundation con Keychange, un’iniziativa volta a raggiungere il 50:50 nelle lineup musicali entro il 2022.
Il Primavera Sound non ha ancora aderito, ma guardando le lineup degli ultimi anni, si capisce che gli organizzatori hanno già cominciato a ragionare in questi termini. Andando spesso oltre lo stereotipo delle band-indie-bianche-da-Pitchfork, hanno proposto nomi come Tori Amos, PJ Harvey, Grace Jones e Solange scrivendoli in caratteri molto più grossi di quelli che di solito spettano loro sul cartellone di un festival britannico o statunitense.
Quindi, nell’anno in cui il Primavera ospita Björk e Fever Ray, ha senso provare un a fare un percorso “Lilith Fair” dentro il Primavera stesso (e lasciare i Migos lì dove stanno). Non bisogna per forza aspettare il 2022.


Il primo concerto dell’edizione è italiano: gli Any Other di Adele Nigro suonano nell’area Pro riservata ai professionisti dell’industria e che presto si riempie di altri spettatori attirati dalla voce della cantautrice. La nuova entrata di 42 Records scrive in un inglese così naturale e schietto da darle credibilità internazionale. Non suona come nessuna artista mainstream in questo momento (volendo, la combinazione di indie rock Anni ’90 e testi molto intimi la riconducono a Courtney Barnett), ma nel suo caso potrebbe essere un vantaggio. E oggi l’abbiamo vista guadagnarsi l’attenzione del pubblico casuale nel mezzo di un grande festival: non è poco.


Lo spettacolo di Björk inizia con una serie di cartelli: è una situazione di emergenza, ci avverte, e per garantire la sopravvivenza della specie ai disastri ecologici dobbiamo unire natura e tecnologia e ricompattarci in una società matriarcale. Lei è già nel futuro che ha immaginato, ci guida al suono dei suoi flauti e ci invita a ripartire da zero. L’utopia di Björk, nata da da un moto di speranza dopo la dolorosa separazione raccontata in Vulnicura, è un’isola rigogliosa, dove i fiori e gli uccelli terrestri convivono con creature ibride, tra la bellezza accidentale delle mutazioni di Annihilation e l’immaginazione infantile di Adventure Time. Il palco è una giungla, le sette flautiste mascherate i suoi fauni, e Björk la matriarca su un trono vulviforme. Tra laser verdi, avatar animati, fiori gonfiabili e bassi profondissimi, è lo spettacolo più massimalista ed esagerato dell’artista dai tempi del Greatest Hits Tour, e raggiunge un nuovo livello di stranezza perfino per i suoi standard. Come sempre nei suoi live, l’aspetto più interessante è scoprire come verranno reinterpretate le hit storiche attraverso i suoni dell’era in corso: la jungle di “Isobel” incontra finalmente la giungla ma resta quasi invariata, e la rispolverata più significativa in “Human Behaviour” e “The Pleasure Is All Mine” è l’uso dei flauti per sostituire, rispettivamente, i synth e i cori. È forse più interessante notare come queste scelte dal vecchio catalogo seguono un fil rouge tematico più che sonoro, e in secondo luogo l’ostinazione con cui l’artista si rifiuta di fare una scaletta “da festival” e propone quasi solo materiale nuovo. È materiale che per giunta resta troppo astratto per le ambizioni di uno show pirotecnico: le strutture irregolari e spinose di Arca non sono del tutto compatibili con certe esigenze teatrali (nei suoi arrangiamenti come individuare un crescendo, un climax o un’esplosione su cui sincronizzare visual e coreografie?). Ma ancora una volta, chi ha la pazienza e la curiosità di seguire Björk ne uscirà ispirato ed emozionato, e ci dispiace per gli altri.


Il concerto successivo inizia solo cinque minuti dopo, ma dal lato opposto del parco. Arrivo quindi in ritardo per sapere se Fever Ray ha chiesto, come fa di solito, che le donne e le persone più basse si sistemino più vicine al palco. Björk non è l’unica ad avere lavorato alla sua utopia: il palco dell’artista svedese è interamente occupato da donne, così come gran parte del suo staff tecnico. Lei, dopo anni di maschere, si presenta con capelli corti ossigenati e trucco scuro e sbavato attorno a occhi e labbra. Il suo show è l’evoluzione, o meglio, la correzione dell’ultimo, contestatissimo, tour dei suoi The Knife: resta il gusto per il sensuale e il morboso, ma cadono tutti gli aspetti meta che lo rendevano una parodia poco comprensibile. Sul palco e nel pubblico ci si diverte allo stesso modo: sul palco ogni componente della band ha il costume di una supereroina inventata (la bodybuilder, la scienzata anarchica, la guerriera ecologista…) e nel pubblico i goth ballano i ritmi tropicali di canzoni iper-politche. Uno degli show più centrati, pensati e divertenti degli ultimi anni.


L’ultimo concerto della serata è quello dei Chvrches, e subito Lauren Mayberry confessa che non si aspettavano di fare il pienone all’una e mezza. Sono passati quattro anni dal loro primo Primavera sul palco Pitchfork, ma l’upgrade al palco principale è stato del tutto meritato. La sicurezza con cui si presentano oggi sembrava impensabile ai loro esordi e dal vivo anche i brani dell’ultimo album (uscito venerdì scorso e accolto senza molto entusiasmo) guadagnano potenza. Si può sottolineare come la loro discografia continui a risultare piuttosto omogenea e nei concerti lo sarà sempre di più (con un catalogo in espansione e molti singoli da suonare, le tracce più oscure e sperimentali non trovano spazio in scaletta), ma per un’ora di synthpop con echi di Depeche Mode e ritornelli da urlare, i Chvrches live sono già una garanzia.


Foto Björk: Ferran Sendra; Fever Ray: Levan TK; Chvrches: Sergio Albert
Rockol

Eurovision Song Contest 2018: la guida alle canzoni

Benvenuti alla consueta guida per districarsi tra le proposte musicali dello Eurovision Song Contest nonché la guida in cui l’anno scorso si leggeva che Gabbani avrebbe vinto. Volevo dire all’Europa che NON MI AVETE FATTO NIENTE.

Riepilogando:

    • Le semifinali si tengono martedì 8 e giovedì 10 maggio e vanno in onda su Rai4;
    • la finale di sabato 12 maggio va in onda su Rai1;
    • l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e vota nella seconda semifinale.

Dentro queste tabelle trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmakers alla mia preveggenza). Accanto al nome della nazione, la semifinale a cui parteciperà, la F se arriverà in finale e una stellina per le canzoni che meritano la vostra attenzione.

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#MetaMoro: come vola via una bolla

di Federico Pucci 

Alla fine Claudio Baglioni è riuscito davvero a mettere la musica al centro del Festival di Sanremo. A tenere banco, infatti, è stata la storia che ha coinvolto “Non mi avete fatto niente”, il brano portato in gara da Ermal Meta e Fabrizio Moro. La sapete già fino alla nausea: nessuno pronuncerà qui la parola con la P, e per riprendere le tappe di questa storia partita da uno scoop di Giulio Pasqui su AltroSpettacolo rimando a un mio thread su Twitter.

La canzone, alla fine, è stata riammessa nella competizione dopo una sospensione durata un giorno. A seguito di un’analisi tecnica – compiuta non si sa esattamente da chi: il comunicato non menziona né la Commissione Musicale che ha assistito Baglioni nello scegliere i brani, né il Comitato di Controllo del Festival – la Rai ha spiegato che il requisito di novità della canzone non veniva meno: “[…] i due brani hanno stesure, durata, testi e melodie diverse – dice la nota – Inoltre nel brano “Non mi avete fatto niente” la somma degli stralci utilizzati non supera i 1’03” secondi su una durata totale del brano stesso di 3’24” e pertanto è inferiore al terzo dell’intero brano”.

Così, nella puntata di ieri i due cantautori sono tornati a esibirsi, di nuovo favoriti in una competizione non facile. La questione, insomma, è chiusa. Però stamani, su Repubblica, il maestro Vince Tempera mi ha fatto pensare di nuovo alla storia. “Gli altri concorrenti cosa dicono? Nessuno ha ancora reagito? Contro una decisione di questo tipo chi ricorre ha ottime probabilità di vincere”, dice, mentre spiega il pericolo di una decisione come quella presa dalla Rai. “Così ogni anno chiunque può presentarsi rifacendo pezzi già editi”.

E allora mi è venuto da ricontrollare quei conti, usando la versione in studio per comodità: davvero la somma degli stralci utilizzati è inferiore a un terzo del brano? E un terzo misura cosa: la durata? Il numero di parole e note riciclate?

Cominciamo dal tempo: su un totale 208 secondi, stando molto stretti con il cronometro, i ritornelli (le parti evidentemente riadattate a partire da “Silenzio”) occupano circa 80 secondi, ai quali bisogna aggiungere i 6 secondi finali dove Fabrizio Moro intona le stesse parole e lo stesso inciso melodico che Ambra Calvani cantava in un’altra sezione della canzone: “Sono consapevole che tutto più non torna, la felicità volava come vola via una bolla” (un segmento che raramente è stato preso in considerazione). Siamo insomma sicuramente sopra gli 80 secondi. Ottanta per tre fa duecentoquaranta secondi: la somma degli stralci riutilizzati arriva ben oltre i 63 secondi citati dalla Rai, che non si capisce bene come abbia fatto i conti, probabilmente con lo stesso orologio con il quale annuciarono il Capodanno 2016 con più di un minuto di anticipo!

Ma il regolamento di Sanremo parla anche solo di “parte musicale” o “testo letterario”, in merito all’originalità di una canzone: bene, le liriche di “Non mi avete fatto niente” rispettano la regola del terzo? No. Usando i capoversi del testo per come è riportato dal sito di TV Sorrisi e Canzoni si contano 30 versi su 67 riciclati, cioè poco meno della metà. Ma se non ci fidiamo dei capoversi, c’è sempre il conteggio delle parole: su 381 parole cantate con intensità, 156 sono prese in prestito dalla canzone “Silenzio”. Molte più di un terzo, insomma.

Ok, ma melodia e parole non sono tutto: per caso “Non mi avete fatto niente” ricalca in qualche altro modo la sua canzone genitrice? A mio parere, sì. Basta guardare le dinamiche dell’arrangiamento, cioè l’equilibrio tra i volumi, tra gli strumenti usati o meno, tra le intenzioni, che si misura accostando la prima e la seconda parte delle due canzoni. Entrambe le canzoni partono con strofa + ritornello senza base ritmica e proseguono con strofa + ritornello ritmato, secondo un pattern che tiene il tempo in quarti con la cassa in levare e il rullante in battere (è quello stile che ad alcuni sembra patchanka, ad altri Mumford & Sons). In termini di linee generali dell’arrangiamento musicale, di veramente originale c’è il bridge, con la voce sospesa su poche note di accompagnamento: il bridge dura 11 di 208 secondi.

Certo, anche la melodia delle strofe è un altro elemento completamente originale: pure Meta e Moro, come Calvani e De Pascali, cantano frasi che si protraggono lungo diverse battute, come fossero lunghi pensieri enunciati in un solo respiro, ma l’andamento ritmico di “Non mi avete fatto niente” è scandito in modo peculiare, con successioni di sedicesimi che si fermano e ripartono. Tuttavia, la gabbia armonica in cui si muovono queste note è la stessa, perché in entrambi i casi la progressione di accordi ruota intorno alle tonalità relative (un espediente comunissimo, peraltro, nel pop): nel caso di “Non mi avete fatto niente” si tratta di Mi diesis minore e Sol diesis maggiore; nel caso di “Silenzio” sono Sol minore e Si bemolle maggiore.

Allora, mentre i due cantautori si accingono a uscire trionfatori del Festival (se non nella gara, nel cuore del pubblico: il loro brano è popolarissimo, anche lontano dalla Sala Stampa di Sanremo) ripensiamo alle parole del maestro Tempera. Ha senso lasciare aperti questi spiragli di dubbio e interpretazione arbitraria in un concorso che per tradizione ha come unica regola la “novità” della canzone? Vero, i tempi cambiano, fino al 2013 anche la Recording Academy (quella dei Grammy) non ha voluto riconoscere premi per la miglior canzone dell’anno a brani che contenessero interpolazioni o campionamenti, regola assente solo per la categoria del rap e dell’hip-hop. Ma nessuno ha chiesto a Kanye West di presentarsi all’Ariston, e le regole che valgono per la musica in generale non sempre si applicano alla kermesse, nemmeno quando la musica è “al centro”.

 

Lorde, Melodrama World Tour 2017

Per tutta l’estate scorsa, Lorde è stata impegnata in un tour che ha toccato i più importanti festival del mondo. In alcuni di quei concerti, l’artista ha presentato l’album Melodrama portando sul palco una gigantesca teca trasparente che lentamente si riempiva di ballerini. Prima entrava una ragazza sola con in mano un cellulare, poi altri, e infine Lorde stessa, fino a imitare una festa. Lo spettacolo rifletteva i brani, perché le feste, o più in generale i raduni e le compagnie sono sempre presenti nei testi di Lorde. Ne esamina le dinamiche con spirito critico, ma senza affondare (come ha fatto di recente Alessia Cara nella cinica “Here”); celebra questi momenti dall’interno, riconoscendone l’importanza formativa, e al contempo è una saggia osservatrice che si pone domande: cosa e dove sono i posti perfetti che cerchiamo di raggiungere con droghe e alcol? Cosa rimarrà quando torneremo sobri?

È per quest’affinità di concept che lo spettacolo funzionava così bene, e non è quindi chiaro perché per il Melodrama World Tour, partito da Manchester il 26 settembre, Lorde abbia deciso di presentare qualcosa di diverso. Era troppo complicato portare la struttura in giro e su palchi più piccoli o non voleva ripetersi?

Il Melodrama World Tour non ha lo stesso impatto scenico e rispecchia i problemi di un’artista in bilico tra pop e alternative: pop nelle ambizioni, alternative nel budget. La scenografia è composta solo da una scritta al neon “Melodrama”, la riproduzione di un vecchio televisore e tre installazioni luminose per i tre atti dello show: un astronauta, un’arcata floreale e una stella cadente (livello: luminarie natalizie comunali). Nessuna di queste trovate è particolarmente efficace o bella: le immagini del televisore (montaggi di film) sono visibili solo dalle prime file, il resto si perde nell’immenso Alexandra Palace di Londra. Ma forse il problema sta proprio nelle dimensioni della venue: l’Alexandra Palace può contenere più di 10.000 persone, mentre il Fabrique di Milano, dove arriverà tra qualche settimana, 3000. Si sta assistendo a uno show destinato a locali medi piazzato in un contesto fuori misura. Eppure anche i ballerini, qui, sembrano superflui e, vestiti di nero su sfondo nero, fanno la stessa fine dei musicisti sistemati al buio in fondo al palco. Con o senza fronzoli, lo spettacolo è lei, Ella.

Il pubblico viene accolto con una compilation di brani affatto casuali, che parte da Nelly Furtado e Jaden Smith e culmina su Kate Bush. Il volume di “Running Up that Hill” viene gradualmente alzato fino a renderla, di fatto, la prima canzone in scaletta. Le affinità con l’artista inglese sono tante (e in “Writer in the Dark”, purtroppo non eseguita dal vivo, si legge un chiaro omaggio): entrambe adolescenti prodigio dotate di intelligenza e movenze aliene che inventano un’idea di cool tutta loro e, anche se travolte dalla fama, mantengono la grazia di chi ha anni di esperienza alle spalle. Entrambe orgogliosamente melodrammatiche, entrambe situate nell’intersezione di un ipotetico diagramma di Venn tra goth e glitter.

Gli intermezzi video che precedono ogni atto dello show non sono tra i più originali – frammenti amatoriali di vacanze mai esistite, icone pop senza un evidente filo conduttore – ma la voce narrante di Lorde, che dice di voler sezionare un cuore per vederne i sentimenti, ha un suo fascino naïf. È comunque l’opera di una ventenne, che forse vorrebbe indirizzarsi di più ai suoi coetanei ma, per via del prezzo del biglietto, si trova davanti a un pubblico spostato verso i trenta e oltre. Parla anche molto di sé e della rottura che ha generato l’album; fa riflessioni meta sul suo processo creativo, come quando ha immaginato i fan che cantano il “na-na-na-na-everyone” di “Liability” mentre la stava scrivendo. Dice di essere una stramba, ma prova ancora davvero insicurezza nel suo modo di ballare e cantare o è parte del personaggio? Perché sembra avere il controllo totale dei suoi mezzi, e la sua gamma di espressioni facciali, proiettata sui megaschermi, la rende un’interprete straordinaria. Ecco, la più grande soddisfazione nel vedere Lorde dal vivo è constatare se un ghigno o un sorriso che si percepivano nell’interpretazione in studio esistono anche in 3D.

La scaletta è generosa e rende evidente quanti inni abbia inciso nel giro di due album. Manca l’ultimo singolo “Homemade Dynamite”, forse perché, in tempi di esplosivi artigianali sulle metropolitane e ai concerti, sarebbe sembrato inappropriato. In due momenti chiede al pubblico di lasciarsi andare: il primo è sull’assolo di batteria di “In the Air Tonight”, cover improbabile e azzeccatissima che riabilita Phil Collins e un intero decennio in cui non era ancora nata; il secondo è annunciando “Green Light”. Il pezzo che sceglie per chiudere contiene tutti gli elementi per spiegare la grandezza di Lorde: un’idea di pop atemporale e una struttura che se ne infischia delle regole (sua maestà Max Martin l’ha definita scorretta, ma lei ha rifiutato di correggerla); l’euforia, la rabbia e la lucidità nell’affrontare l’addio a un amante che è anche l’addio all’adolescenza; il melodramma.

Frank Ocean, Blonde Tour 2017

Frank Ocean è in ritardo di 20 minuti e il pubblico si sta spazientendo. Non c’è più il rischio che annulli il concerto (questa è la sesta data del tour, e la terza che non cancella), ma qui coi coprifuoco non si scherza. Se nel 2012 a Hyde Park staccarono la spina a due leggende del rock, è improbabile che a Victoria Park possano essere più clementi con Frank – anche lui una leggenda, ma nel senso che le sue assenze prolungate ci fecero dubitare che esistesse davvero. Arriva alle 22 (e dovrà chiudere forzatamente alle 23) e la frustrazione del pubblico diventa calore. È incerto e sbaglia spesso, ma dalla folla arrivano dichiarazioni d’amore e incoraggiamenti. Faccio un paragone azzardato per diversi motivi, ma mi vengono in mente le reazioni dei fan ad alcuni concerti di Amy Winehouse: sul palco c’è una star planetaria adorata e premiata, ma lo spettatore sente di doverla incoraggiare come se avesse davanti un bambino spaventato alla recita della scuola. Lì dentro c’è qualcosa di speciale: se abbiamo pazienza, se ci lasciamo dietro lo scazzo da clienti indispettiti o da giudici a un talent show, avremo la fortuna di assistervi.

Ci mette un po’ a ingranare, ma il primo momento speciale arriva finalmente a metà del set, quando si accuccia per suonare alla tastiera quella che diventerà un’introduzione a “Good Guy”. È speciale perché obbliga a prendere una posizione: decidere se siamo annoiati da un artista che propone una parentesi così intimista all’headline show di un festival o se vogliamo accettare le sue regole. Non è musica per le masse nel senso letterale del termine, ma del resto nella stessa giornata ho sentito gente urlare le parole di “Cranes in the Sky” di Solange e “(No One Knows Me) Like The Piano” di Sampha: negli anni della crisi del rock tradizionale, abbiamo trovato inni dalle forme inconsuete. Ed ecco che “Ivy”, “Thinkin’ Bout You” e “Nights”, presentate in sequenza, vengono elevate dagli ascoltatori a classici contemporanei pur restando canzoni che sembrano demo.

Frank non è interessato a trasformare la sua musica-per-farsi-le-canne in musica da stadio, ma trova un’idea di scena che riduce le distanze dal pubblico e rende spettacolare il suo non-spettacolo: l’intero concerto si tiene su una piccola piattaforma collegata al palco da una passerella, che lui userà solo per entrare e uscire. È al centro della folla, dall’inizio alla fine, e seguito o, meglio, marcato da due cameramen. Le riprese vanno in diretta sui megaschermi, talvolta filtrate e rese volutamente lo-fi e fintamente amatoriali, e il risultato è ipnotico. Non c’era modo migliore per rappresentare l’estetica dell’artista e tradurla per la dimensione live, catturando al contempo in modo documentaristico la sua problematica miscela di narcisismo e timidezza. Fanculo Endless e la sua scala a chiocciola: questo sarebbe materiale per un visual album memorabile.

Il suo unico banger “Pyramids” viene tagliato per il coprifuoco di cui sopra e mi sorprendo di pensare: “meglio così”, perché avrebbe cambiato troppo l’atmosfera. “Nikes” sarebbe stata il comedown e invece stasera diventa un finale aperto e surreale: il testo appare sugli schermi a mo’ di karaoke, e a scandire le parole è la faccina di Hello Kitty. Canta: “I’ll mean something to you”, ma ci è già riuscito.

Primavera Sound 2017: giorno 3

L’ultimo giorno di Primavera è un giorno di sorprese. La prima sono gli Swet Shop Boys, che si esibiscono nel luogo dove è più solito fare scoperte musicali: il palco Pitchfork. Il gruppo hip hop è formato da un americano di origini indiane (Heems) e un inglese di origini pachistane (Riz MC, ovvero l’attore Riz Ahmed, ovvero il padre del figlio di Hannah Horvath). Ad accomunarli, c’è la voglia di parlare della rappresentazione dell’Asia meridionale nei media, scherzando sugli stereotipi o distruggendoli. Fanno un lavoro simile a quello di Aziz Ansari in Master of None da prima che esistesse Master of None, ma con più rabbia. Uno dei momenti più significativi è la parentesi solista di Riz Ahmed in “Sour Times”, brano del 2011 sulla demonizzazione dell’Islam che, nel giorno di un ennesimo attacco terroristico nella sua città, risulta ancora più attuale. Si ritrova un po’ di leggerezza quando Heems se la prende con Katy Perry, che avrebbe rubato un suo verso di anni fa (“Swish swish, bish”).

Do un’occhiata a Angel Olsen per constatare se la trovo ancora noiosina (sì) e ai Metronomy per constatare se li trovo ancora convincenti malgrado il frontman (sì) ed è finalmente il turno di Grace Jones. La cantante, più che una sorpresa, è un miracolo della natura. Arriva praticamente nuda, coperta solo da bodypaint e un teschio dorato sul volto. Sul finale di ogni canzone, va dietro le quinte a microfono aperto, continuando a dialogare con pubblico e assistenti, e regalando momenti di vera comicità. Ne esce fuori ogni volta con un accessorio diverso (una bombetta argentata per la sua cover di “Love Is The Drug”; un’ampia gonna nera per “Williams’ Blood”, uno strap-on per “My Jamaican Guy”). Va in processione nel pubblico, fa la lap-dance, esegue l’intera “Slave to the Rhythm” con un hula-hoop che non smette di girare nemmeno quando sale e scende dai piedistalli: è inarrestabile. La ferma solo un gran vento, ed è costretta a tagliare qualche minuto di show. La folla, mai così variegata per genere ed età, urla: “La vie en rose! La vie en rose!” sperando in un bis.  Grace Jones ha 69 anni.

Senza nulla togliere agli Arcade Fire, Régine non potrà mai competere con la regina che ho appena visto, e inizio a prepararmi per l’ultima sorpresa del festival: le Haim. Ieri, dopo i live taggati come #UnexpectedPrimavera di Arcade Fire e Mogwai, fantasticavo su una comparsata proprio delle tre sorelle californiane, visto che non avevano concerti in agenda e stanno per pubblicare il loro secondo album. Il desiderio viene esaudito alle 2:55 al palco Ray-Ban, dopo ore di indizi e ipotesi. Aprono e chiudono con due nuovi brani (“Want You Back” e “Right Now”) e ne suonano uno ancora inedito (“A Little of Your Love”). Nel mezzo, c’è un repertorio già ricchissimo per una band con solo un LP alle spalle. E sarà l’atmosfera di un festival che amano molto o il sollievo per avere fatto il pieno di fan anche senza essere apparse in cartellone, ma sembrano tornate ancora più affiatate e forti di prima. E se Danielle ed Este ricoprono i soliti ruoli (la leader saggia; l’eccentrica dotata di molte facce strane), Alana, ora 25enne, ha tutta un’altra sicurezza sul palco: ammicca, si diverte e gioca di più. Le Haim sono la degna conclusione per un’altra annata di successo (200.000 spettatori e il consueto spinoff di Porto pronto a partire la settimana prossima) in cui gli organizzatori hanno scommesso su headliner usciti dagli Anni Zero e sorprese vere.

Frank Ocean, non ci sei mancato per niente.

Primavera Sound 2017: giorno 2

ll mio secondo giorno di Primavera inizia nel pomeriggio con Mitski, e inizia male. Fin dalle prime note del set c’è un problema di volumi al palco Pitchfork e la voce non si sente. E quando si sente, va pure peggio. Dopo qualche tentativo di risolvere il problema, anche la cantante sembra arrendersi, e io con lei. Me vado spazientito senza nemmeno sentire uno dei miei brani preferiti dell’anno scorso, “Your Best American Girl”. Spero che lo sentirò in un’altra occasione, con Mitski più in forma e suoni più curati.

Tutt’altro discorso per Sampha, che ha la fortuna di esibirsi al sempre splendido palco Ray-Ban al tramonto. Inizio a guardarlo seduto dalle gradinate, aspettandomi un concerto rilassato, intimo e attorno a un piano. Sbaglio: Sampha e la sua band fanno subito capire che ci si muoverà parecchio: tutti i brani di Process vengono rinforzati nella parte ritmica e anche “Plastic 100°” si trasforma in un banger molto ballabile. Il pubblico impazzisce (statistiche di setlist.fm alla mano, scopro che non aveva mai suonato in Spagna, e questo forse aggiunge altro entusiasmo all’occasione). Scendo nella folla per i due momenti più significativi: una coinvolgente “Blood on Me” e un’incantevole “(No One Knows Me) Like the Piano”, rovinata purtroppo dal chiacchiericcio. Tutti i grandi artisti (Drake, Kanye, Solange) che hanno fatto a gara ad averlo nei loro album prima ancora che uscisse il suo LP di debutto ci avevano visto giusto. L’hype era giustificato e strameritato.

Nel frattempo si scopre che i Mogwai, che non erano in lineup, stanno facendo un concerto per presentare un nuovo album per intero. Dopo il live a sorpresa degli Arcade Fire ieri pomeriggio (anche quello con materiale inedito), sembra che quest’anno il Primavera punti molto sulle esclusive di questo tipo. Non basta il centinaio di artisti in cartellone: ci vogliono occasioni irripetibili, segrete, pressoché inaccessibili se non si è già nei dintorni, con un cellulare per ricevere le soffiate e un programma flessibile. Quindi, da un lato oggi mi piacerebbe vivere una di queste sorprese (in cima alla mia lista dei desideri: Haim e Phoenix), e dall’altro non saprei dove trovare il tempo senza fare rinunce.

A proposito di rinunce: Frank Ocean. Il cantante ha cancellato all’ultimo minuto la sua apparizione al festival (ci tengo a dire che l’avevo previsto a novembre) citando “ritardi di produzione”. Ieri però si scopre tramite un suo post su Tumblr che gli è morto il cane (RIP Everest), quindi forse ha avuto una ragione vera per non presentarsi. A ogni modo, tra le cose più fotografabili di ieri: la gente nel Parc con magliette a tema (“Frank Ocean is not coming”, faccina triste).

The xx. Sono lontani i tempi in cui il trio inglese sembrava vivere male ogni apparizione pubblica. Ieri sera erano esattamente dove dovevano essere, emozionati ma sicuri e aperti, come le tracce del loro ultimo album. Lo stage design riflette questa nuova era: non più nero su nero, ma specchi roteanti, trasparenze, riflessi e addirittura arcobaleni quando parte “Loud Places”, dal disco di Jamie xx. Oliver indossa una camicia oro e, prima di “Dangerous”, dice di volerla dedicare non alle coppie, che hanno già abbastanza fortuna e sostegno reciproco, ma ai single come lui. La sicurezza, o la maturità, ha anche portato sia a lui che Romy maggiore precisione nel canto: “Say Something Loving” e “On Hold”, all’inizio e alla fine del set, arrivano dritte, col pubblico che le urla a memoria. Ci vorrà un po’ perché si tolgano di dosso l’immagine cupa che loro stessi hanno coltivato fin dall’esordio, ma i fan già sanno quanta luce c’è nei nuovi The xx e ieri sera si sono fatti abbagliare da un concerto perfetto.

Primavera Sound 2017: giorno 1

L’anno scorso, alla chiusura del festival, scrivevo: “dopo i Radiohead non si torna più indietro”. A parlare era un po’ la delusione per non essere riuscito a godermi il loro set a causa di un pubblico distratto, rumoroso e maleducato – il pubblico generico di un grande festival mainstream, insomma. Che non si torni più indietro è tuttora vero (e l’iper-brandizzizazione di ogni angolo del Parc e i dieci minuti di pubblicità sui megaschermi prima dei concerti sono lì a ricordarcelo), ma ieri sera si respirava l’atmosfera di qualche anno fa, almeno sotto il palco dei tre artisti che ho seguito con maggiore attenzione. Davanti a Miguel e Solange si percepiva l’eccitazione di vedere artisti che raramente si esibiscono nell’Europa continentale; davanti a Bon Iver c’era un pubblico emozionato e non una folla di curiosi.

Miguel, a sorpresa, sarà forse il concerto più rock che vedrò in questa edizione. Coi suoi backdrop psichedelici, gli assoli di chitarra e una band ridotta a tre elementi (e tutti in camicie hawaiane), il livello di testosterone è a livelli di guardia. Lui è consapevole della sua carica erotica e flirta spudoratamente cantando di sesso e droghe e sesso attraverso le droghe. Il paragone ovvio è The Weeknd, ma per Miguel si tratta solo di divertirsi: l’alienazione e lo squallore di Tesfaye (che lui spesso confonde con trasgressione) sono lontani. Ed è lontano anche il Miguel pop/R&B delle collaborazioni con Mariah Carey, Janelle Monáe e Dua Lipa: questo è un concerto rock, e ben riuscito.

Si passa al palco Mango, dove un telo bianco con un cerchio sospeso lasciano intendere che il set di Solange avrà un alto potenziale concettuale. E sì, si rivelerà uno spettacolo interamente coreografato e calcolatissimo, ma per fortuna è anche leggero e godibile. Innanzitutto i colori: le nove persone sul palco sono tutte vestite di rosso, così come le luci proiettate sullo sfondo. Questo rende il tutto non fotografabile e forse non è un caso. Nel 2013, quando cantò sul palco Pitchfork davanti a pochi lungimiranti eletti (ciao!), ricordo che Solange chiese, durante “Losing You”, di mettere via i telefoni e godersi il momento: che ora abbia trovato una soluzione più elegante per concentrare la nostra attenzione su di lei anziché sui nostri touchscreen? Di cose ne sono cambiate da quello slot pomeridiano al Primavera di quattro anni fa: ha litigato col musicista che l’aiutò a trovare nuovi suoni (Dev Hynes), buttando forse ore di musica che non sentiremo mai; è diventata suo malgrado famosa per avere picchiato il marito di sua sorella in un ascensore; ha avuto un album al primo posto della Billboard. Sembra avere fatto pace con gli insuccessi della sua prima carriera, tant’è che ne ripropone qualcuno dal vivo e si dilunga in ringraziamenti per i collaboratori che la seguono fin dall’inizio. Lei viene presentata come “creator” dello spettacolo e si assiste davvero alla creazione di un’artista al suo picco creativo, che vuole trasmettere serenità (e riesce a farlo dispensando pillole di saggezza senza banalità, come in “Cranes in the Sky”) e calore (si butta nel pubblico durante l’inno di empowerment “F.U.B.U”, accolta con più sorrisi che isteria). Resterei fino alla fine, proprio per risentire quella “Losing You” che mi conquistò quattro anni fa, ma è tempo di spostarsi per l’headliner della serata.

A Seat at the Table battè 22, A Million l’ottobre scorso, ma è un album altrettanto importante. Bon Iver lo suona per intero, circondato dai misteriosi simboli della sua copertina. Non era facile tradurre dal vivo un’opera così intima, col suo collage di campionamenti e distorsioni, ma la resa è notevole. Vernon rende l’auto-tune umano nel brano a cappella “715 – CR∑∑KS” e il frammento di Mahalia Jackson in “22 (OVER S∞∞N)” ha tutta l’intensità della versione studio. Si sposta poi in quelle che chiama “country jam”, continuando a commuovere, fino al finale solitario di “Skinny Love”. La regia dei megaschermi non esita a proiettare immagini di maschi bianchi etero che piangono nel pubblico, e che vengono salutati da applausi spontanei. È un concerto purissimo, accolto col trasporto e il rispetto che merita, e che va a completare un trio perfetto di artisti statunitensi visti oggi. Miguel, di origini messicane e africane, che parla di amore universale tra una canzone e l’altra; Solange, che scrive un nuovo capitolo nella musica nera con un album e uno spettacolo serenamente politici; Bon Iver, che invita i presenti a informarsi sulla sua campagna (2 A Billion) per porre fine alla disuguaglianza di genere. Se non fosse così tardi, direi di avere assistito a tre espressioni della resistenza anti-Trump.

Eurovision Song Contest 2017: perché l’Italia non ha vinto?

Francesco Gabbani era dato come il super favorito per la vittoria dello Eurovision Song Contest. Dal momento in cui ha vinto Sanremo fino alla mattina della finale di sabato è sempre stato primo su tutti i siti di scommesse. Diversi fattori influenzavano le proiezioni: il record di visualizzazioni su YouTube, i dati streaming, le vendite su iTunes in alcuni paesi europei. Oltre ai numeri, c’era l’entusiasmo da parte della stampa e dei fan club (che conoscono Sanremo e lo seguono) e la sensazione che, dopo 27 anni, fosse la volta buona per uno dei “soci fondatori” dell’evento. E non servono algoritmi per capire che “Occidentali’s Karma” è una canzone pop irresistibile.

Durante la fase delle semifinali, alle quali l’Italia non ha bisogno di partecipare, si sono finalmente presentati due avversari: la Bulgaria, perché in un anno senza la Russia alcuni voti si sarebbero concentrati su un paese del blocco ex sovietico, e il Portogallo, perché l’originalità dell’interpretazione e del brano avevano sorpreso tutti. Le giurie nazionali hanno votato venerdì sera, guardando in una diretta privata la Jury Final (ovvero una prova generale della finalissima, uguale in tutto e per tutto a quello che l’Europa vede il giorno dopo). Le giurie sono composte da cinque persone per paese, e sono addetti ai lavori (giornalisti, DJ, artisti, discografici, ecc.). Il loro voto vale metà del totale e, a contrario del televoto di spettatori più o meno casuali, è ragionato e studiato. A influenzarlo, ci sono appunto i numeri degli scommettitori, che possono diventare una profezia auto-avverante o una disgrazia. Chi vuole votare strategicamente ha gli elementi per farlo, e assegnare pochi punti al super favorito. Oppure fa un ragionamento senza cattiveria: “Il super favorito vincerà comunque e, anche se mi piace, voglio aiutare qualcuno di più debole”.

Le giurie e il pubblico votano a un giorno di distanza. Ci sono almeno una quindicina d’ore in cui i voti, conteggiati ed elaborati, sono fermi ad aspettare in un’agenzia. E ci sono quasi 24 ore in cui i giurati di 42 paesi possono spifferare per chi hanno votato (e spifferano, è normale). L’idea che queste informazioni, nel 2017, possano rimanere segrete per così tanto tempo è irreale. Al di là dei complottismi, è chiaro che il sabato mattina inizino ad arrivare indiscrezioni agli scommettitori: col passare delle ore le loro previsioni si fanno sempre più precise. A quel punto, in modo ufficioso, hanno quasi tutti i tasselli del puzzle: i dati parziali del televoto delle due semifinali e i voti delle giurie. L’unica vera incognita è il televoto per big five e paese ospitante, perché non è stato ancora sondato in alcun modo. Ed ecco che Gabbani, proprio come Il Volo nel 2015, sabato mattina ha iniziato a scendere nelle quotazioni. Se l’Italia avesse preso tantissimi punti al televoto, avrebbe ancora potuto vincere, ma a quel punto si calcolano le probabilità: se Portogallo e Bulgaria avevano sbancato nelle rispettive semifinali, ed erano prima e seconda secondo le giurie mentre l’Italia era settima, quante speranze poteva avere? E infatti al televoto puro non ha fatto tanto meglio: sesta.

Insomma, negli ultimi quattro anni abbiamo potuto notare un trend: nelle semifinali spunta una sorpresa e continua a crescere fino alla finale scalzando il super favorito, che verrà penalizzato dalle giurie. Può essere il personaggio (Conchita Wurst), l’esibizione (Måns Zelmerlow), la storia (Jamala) o una combinazione di tutti questi elementi come Salvador Sobral. Conosciamo bene questo meccanismo: è lo stesso che ha portato Gabbani alla vittoria contro Fiorella Mannoia a Sanremo 2017. (Ci sarebbero anche diversi paragoni con la politica, ma è meglio restare sulle canzonette.) Forse fare parte delle big five e accedere direttamente alla finale non è un vantaggio, visto che da quando la regola esiste (2000), solo una delle big five è riuscita vincere: la Germania nel 2010. Ma lamentarsi è altrettanto scorretto, e questo sistema resta il migliore possibile.

Torniamo a casa con la consapevolezza di non avere sbagliato nulla e di avere presentato il meglio. Non c’è nessun “se”: avevamo tutti gli elementi per vincere e a Kiev Francesco Gabbani è stato un portabandiera perfetto nonché protagonista assoluto (in sala stampa, dove ha vinto il premio assegnato dagli accreditati, come in arena, dove arrivavano fan di tutte le nazionalità dotati di scimmie e conoscendo testo e coreografia). Tralasciando discorsi poco eleganti sull’impatto che può avere avuto la salute di Sobral sulla psicologia dei votanti, ha vinto un’altra bella canzone. L’interprete si è distinto per la sua sobrietà ed è curioso perché, nel contesto dell’evento, è lui il novelty act, non chi arriva coi balletti. Guarda caso, ritirando il premio, ha detto che “la musica non è fatta di fuochi d’artificio, ma di sentimenti”. È una frase snob e sopratutto stupida che ha rovinato una vittoria meritata. Una ballata d’amore jazzata non è automaticamente superiore a quella che Sobral ha chiamato “musica usa e getta”, lanciando una frecciata ai colleghi che, poveri scemi, fanno pop divertente. Il tema era Celebrate Diversity e l’Europa ha seguito il consiglio – speriamo che non diventi un ricatto perché i soliti fuochi d’artificio ci piacciono ancora parecchio.